Gallerie d’Arte

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Gaetano Pesce

STUDIO STEFANIA MISCETTI, ROMA

Il designer e i suoi gioielli. Mostra di bracciali, collane e spille in resina poliuretanica appositamente realizzati per l’occasione.

‘GAETANO PESCE e i suoi gioielli’ mostra di bracciali, collane e spille in resina poliuretanica, appositamente realizzati per l’occasione.

Evoluzioni, sorprese: i gioielli in resina sono pezzi unici, realizzati a mano dall’artista.
Prendono forma improvvisamente come un guizzo del pensiero, imprevedibili e irripetibili.
Il materiale scelto – la resina, emblema delle creazioni Pesce – è il trait d’union fra le molteplici discipline
che l’artista ha esplorato, fondendole, durante la sua lunga carriera: design, architettura e scultura.

La realizzazione dei gioielli inizia alla metà dei ’90, venti anni dopo le ‘Industrial Skin’,
quei volti incisi su superfici sottili come pelli che rappresentano le sue prime opere in resina.
I bracciali, le collane e le spille realizzate in resina poliuretanica, si nutrono di trasparenze ambrate e lamine colorate
rosso fuoco, verde smeraldo e azzurro cielo, che assecondano le forme femminili sbocciando sul corpo come opere d’arte.

“La resina è un materiale che può essere impreziosito dalle sue stesse qualità. Per sua natura è flessibile e elastica,
e si adatta al corpo come fosse una seconda pelle”, dice Gaetano Pesce, che da trentatré anni vive a New York,
lavorando tra Stati Uniti e l’Europa.

La mostra Gaetano Pesce e i suoi gioielli è un progetto nato in collaborazione con Adachiara Zevi, presidente della Fondazione Bruno Zevi.
In occasione della mostra sarà presentato da Roberto D’Agostino, in dialogo con l’artista, il libro “2002-2012 Gaetano Pesce per la Fondazione Bruno Zevi”, concepito e disegnato da Gaetano Pesce.

Gaetano Pesce nasce nel 1939 a La Spezia. Dopo aver abitato a Venezia, Londra, Helsinki e Parigi, si trasferisce a New York nel 1980 dove tuttora vive.

Dal suo primo manifesto composto all’età di diciassette anni, attraverso gli studi, i viaggi, le sperimentazioni, l’insegnamento, l’esperienza di Pesce è stata globale, le sue innovazioni sempre di stampo pionieristico.
Insegna per 28 anni all’Institut d’Architecture et d’Etudes Urbaines di Strasburgo e tiene lezioni nei più importanti istituti culturali e nelle più rinomate università del mondo.

Le sue opere multidisciplinari sono parte delle collezioni permanenti del MoMa, del Metropolitan Museum di New York, del Victoria and Albert Museum di Londra, del Centre Pompidou di Parigi, del tedesco Vitra Design Museum e del Montreal Museum of Art, e di altri musei in Giappone, Portogallo e Finlandia.

I suoi lavori – in ambito architettonico, di pianificazione urbana, design d’interni per mostre o industriale – si distinguono per l’uso illimitato del colore e l’utilizzo ostinato di materiali rivoluzionari, sviluppati grazie alle nuove tecnologie. La costante ricerca e la fiducia riposta nei materiali avanzati hanno portato, nel caso di Pesce, a innovazioni continue, sia nel linguaggio, sia nei risultati formali e nei modi di produrre. Ad esempio l’iconica Up #5, La Mamma, della serie Up (1969), è stato il primo prodotto di design industriale portatore di un messaggio politico, una denuncia sullo status della donna nel mondo, con la forma di un corpo femminile legato, incatenato, alla sfera poggia piedi, da cui scaturisce così l’immagine del prigioniero.

Tra le mostre più celebri di Pesce, la presenza alla leggendaria Italy: The New Domestic Landscape nel 1972 al MoMa, la retrospettiva al Museo delle Arti Decorative di Parigi del 1975 dal titolo Le futur est peut-être passé, e ancora a Parigi nel 1996 al Centro George Pompidou, un’altra retrospettiva sulla sua carriera dal titolo Gaetano Pesce: le temps des questions e quella alla Triennale di Milano nel 2005 dal titolo Gaetano Pesce: il rumore del tempo.
Tra gli altri riconoscimenti, Pesce è stato insignito con il prestigioso “Chrysler Award for Innovation and Design” nel 1993, l'”Architektur & Wohnen Designer of the Year” nel 2006 e il “Lawrence J. Israel Prize”, conferito dal Fashion Institute of Technology di New York, nel 2009.

Inaugurazione 13 novembre 2013 dalle 18,30 alle 21,30
dal 13/11/2013 al 25/1/2014

mar-sab 16-20

Studio Stefania Miscetti
via delle Mantellate, 14 – Roma
mar-sab 16-20
Ingresso libero

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Tatiana Trouve’

GAGOSIAN GALLERY, ROMA

I cento titoli in 36 524 giorni. In installazioni inquietanti e distopiche l’artista delinea i confini tra il fisico e il mentale, dove tempo, spazio, forma e memoria convergono. Il suo lavoro associa scultura, architettura e disegno in contesti site-specific che combinano disegni scenografici, sculture e misteriose costruzioni.

Per me il razionale e l’irrazionale, la mente e i sensi sono sempre connessi. Mi piace lasciarli scivolare l’uno nell’altro, e che siano complementari piuttosto che opposti.
—Tatiana Trouvé

Annunciata con un invito scritto di proprio pugno, la mostra di Tatiana Trouvé fa del tempo la sua materia prima: dal titolo che enumera i giorni di un secolo a situazioni scultoree che alludono agli stadi di una trasformazione costruttiva e decostruttiva.

In installazioni inquietanti e distopiche Trouvé delinea i confini tra il fisico e il mentale, dove tempo, spazio, forma e memoria convergono. Il suo lavoro associa scultura, architettura e disegno in contesti site-specific che combinano disegni scenografici, sculture—sia lineari che fusioni—e misteriose costruzioni. Trouvé dipinge e crea interni svuotati che riecheggiano situazioni e realtà già vissute. I “drammi ambientali” che ne risultano sono di una intensa malinconia, oscillanti tra il reale, l’immaginario e l’illusorio.
Il procedimento della Trouvé destabilizza un preciso progetto tecnico con l’accidentale, mescolando forme e spazi sia positivi che negativi. I Tempi Doppi, nuove sculture di rame e bronzo dipinto, descrivono curve come linee disegnate alle cui estremità appaiono due lampadine, una illuminata e l’altra spenta. Refoldings, realizzate in bronzo, cemento e cera da originali in cartone e altri materiali dismessi, assumono una compassionevole monumentalità. Elaborati disegni in grafite di grande formato, realizzati su fondi scuri sbiancati, suggeriscono interni alla deriva verso mondi incerti e indefiniti.

Quali miraggi o ricordi, gli oggetti familiari e gli spazi che abitano vengono trasformati in misteriose nuove meta-realtà.

Tatiana Trouvé è nata a Cosenza, Italia, nel 1968, e vive e lavora a Parigi. Le sue opere sono state incluse in collezioni pubbliche: Georges Pompidou, Parigi; Musée d’Art Moderne de la Ville de Parigi; Kunsthaus Graz, Austria; e il Kunstverein Hamburg, Germania. Tra le più importanti mostre museali si annoverano: “Double Bind,” Palais de Tokyo, Parigi (2007); “4 between 3 and 2,” Centre Georges Pompidou, Parigi (2008); “A Stay Between Enclosure and Space,” Migros Museum, Zurigo (2009–10); e “Il Grande Ritratto,” Kunsthaus Graz, Austria (2010). Una retrspettiva “I Tempi Doppi” aprirà al Kunstmuseum Bonn, Germania, dal 29 gennaio al 4 maggio 2014.

Inaugurazione: venredì 22 novembre, dalle ore 18 alle 20
dal 22/11/2013 al 4/1/2014
Gagosian Gallery
Via Francesco Crispi 16, Roma
Orario: mar-sab 10:30-19 e su appuntamento
Ingresso libero

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ILLUSIONI E MERAVIGLIE

L’insolita poesia belga

Pascal Bernier | Benedicte van Caloen | Jean-Luc Moerman | Patrick Van Roy

 a cura di Antonio Nardone

opening 29 novembre 2013 ore 18.30 la mostra prosegue fino al 18 gennaio 2014

La Galleria Emmeotto, in collaborazione con la Galerie Antonio Nardone di Bruxelles, ospita, nelle sale espositive di Palazzo Taverna, la mostra Illusioni e Meraviglie. L’insolita poesia belga, collettiva di artisti belgi  le cui opere sono presenti all’Academia Belgica di Roma con l’importante progetto Wunderkammer. Camera delle meraviglie contemporanea (fino al 29 gennaio 2014), dopo il grande successo riscosso alla Biennale di Venezia.

Se Wunderkammer propone un gruppo di artisti che, ispirandosi al collezionismo tra XVI e XVIII secolo reinterpretano, in chiave contemporanea, gli oggetti stravaganti ed eccezionali realizzati dall’Uomo e dalla Natura, nella mostra alla Galleria Emmeotto, i quattro protagonisti selezionati donano linfa vitale alla meraviglia che accompagna lo spettatore alla scoperta di un mondo sospeso tra artificio e verità, illusione e realtà, apparenza e scoperta.

L’illusione dello sguardo è la guida che orienta attraverso il percorso espositivo tra immaginazione e stupore, tra ciò che all’occhio sembra di percepire a primo impatto e ciò che realmente vede dopo un’attenta osservazione. Un viaggio di scoperta che va dalle tele dei ragni di Pascal Bernier, che si interessa alle condizioni di percezione e realizzazione delle immagini e ci invita a scoprire un universo dove la natura è rivisitata dall’uomo, alle fotografie di Jean-Luc Moerman, che disegna tatuaggi sui suoi soggetti e su quelli di antichi dipinti, ispirandosi all’universo dei graffiti, della moda e della pubblicità; dalle sculture totem di Bénédicte van Caloen, che costruisce il dialogo tra figura e spazio in una relazione di assoluta verità e unicità del soggetto, alle composizioni “arcimboldiane” di Patrick van Roy, dove la fotografia avrebbe come scopo quello di rappresentare il vero, ma dimostra qui tutta l’ambiguità della sua funzione di fronte ad immagini totalmente false e ricomposte.

L’insolita poesia belga, irriverente, sarcastica e pungente, ma libera dalle convenzioni, dove gli artisti applicano il tocco personale ed originale all’arte che loro stessi inventano.

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Marco Strappato

THE GALLERY APART (NUOVA SEDE), ROMA

Not yet titled. Fra le infinite possibilita’ di materiali e informazioni visive del nostro quotidiano, Strappato predilige una particolare categoria di immagini, quelle che Michael Jakob definisce come immagini-paesaggio.

 

The Gallery Apart propone la mostra Not yet titled di Marco Strappato, seconda personale dedicata all’artista dopo la mostra La ripetizione, qualora sia possibile, rende felici tenutasi nel 2011 nel precedente spazio di via Monserrato.
Marco Strappato torna ad esporre a Roma dopo importanti esperienze artistiche e formative, tra cui la recente ammissione al ‘MA programme in Sculpture’ presso il Royal College of Art di Londra , città dove l’artista vive e lavora già da tempo.
Strappato compie un’ulteriore riflessione sui temi cari alla sua ricerca, a partire dai comuni codici visivi e linguistici che egli rimette continuamente in discussione attraverso la selezione, la manipolazione e l’alterazione delle immagini. Fra le infinite possibilità di materiali e informazioni visive del nostro quotidiano, Strappato predilige una particolare categoria di immagini, quelle che Michael Jakob definisce come immagini- paesaggio. Categoria che può essere utilizzata per comprendere appieno l’esperienza estetica in età contemporanea, fra retoriche dell’autentico e dell’inautentico, dell’esotico e del quotidiano, dell’artificiale e del naturale. Per il progetto Not yet titled, Strappato ha realizzato una serie di nuovi collage, un’installazione ed alcuni interventi in situ.
Come sottolinea Claudio Musso, un cui testo sul lavoro di Strappato arricchisce la mostra, “Da un certo punto di vista è possibile leggere l’evoluzione dell’arte come costruzione, vita e metamorfosi di immagini. Ciò risponde, in parte, alla necessità umana di registrare (e comprendere) l’ambiente circostante. La riproduzione della realtà ha poi introiettato ben presto i limiti che la convenzione aveva imposto, definendoli con termini che possono essere tutti sinonimi di vincolo (cornice, inquadratura, quadro o schermo).
Oggi intraprendere una ricerca sull’immagine presuppone l’immersione in un flusso ininterrotto, nel quale, a volte, la selezione, la modifica o il ritocco sono più efficaci della creazione ex novo. Marco Strappato conduce un’analisi materica della rappresentazione, molto spesso entra in contatto diretto con gli oggetti-immagine (fotografie, stampe, diapositive, pagine, pellicole) che incontra e che tratta come corpo vivo. Il suo obiettivo primario è, a prima vista, il paesaggio nelle molteplici sue declinazioni. Anche se l’evidenza in molti casi sembra smentire, i suoi non sono paesaggi naturali, sono piuttosto luoghi lontani o del desiderio, set cinematografici per storie appena accennate o ancora da scrivere, in cui è facile riconoscere tratti di familiarità e a cui, al contempo, è impossibile dare una collocazione certa.
Più che apparentarsi al genere pittorico, a qualche forma di vedutismo, Strappato compone visioni interiori, traslate sul mondo esterno, o meglio sulla sua raffigurazione. Le immagini vengono indagate attraverso la loro stessa percezione e, soprattutto nelle prove più recenti, attraverso sistemi espositivi in cui il significato di paesaggio può confondersi con quello di ritratto (e viceversa)”.

Marco Strappato
nato a Porto San Giorgio nel 1982; vive e lavora a Londra, dove sta frequentando un MA programme al Royal College of Art. In Italia si è formato presso le Accademie di Firenze e di Brera. Ha partecipato a numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private in Italia e all’estero.
Selezione recenti mostre personali. 2013: FakeLake, Crédit Agricole (progetto esterno di Careof) Milano. 2011: La ripetizione, qualora sia possibile, rende felici, The Gallery Apart, Roma. 2010: B(b); B(m) ; B(w), Placentia Arte, Piacenza.
Selezione recenti mostre collettive. 2013: Wanted, Royal College of Art, London (UK); Open Studio, Viafarini in residence, Milano; The Crisis of Confidence, Victoria Art Center, Bucharest (RO). 2012: 13° Premio Cairo, Palazzo della Permanente, Milano; Videorover: Season 4, NURTUREart, Brooklyn, New York (US); Not Afraid of Beauty, Drome Project Space, Brussels (B); Mostra.Workshop 2010-2011, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia. 2011: Mostra Annuale 2011, Fondazione Spinola Banna, Poirino; Guarda che luna!, WRO Art Center, Wroclaw (PL); Prague Biennale 5, Microna, Prague (CZ).

Inaugurazione venerdì 22 Novembre 2013 alle 18

dal 22/11/2013 al 9/1/2014

The Gallery Apart
via Francesco Negri 43, Roma
Dal martedì al sabato 15 – 19 e su appuntamento
Ingresso libero

 

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